Campania: una regione invisibile

Vivo a Milano, mi occupo di Comunicazione e PR, frequento ambienti giornalistici, finanziari, accademici, economici, quindi di livello medio-alto, e la mia esperienza a proposito di Napoli e della Campania è un classico della cattiva comunicazione, per non dire, di una comunicazione del tutto latitante.

  • La quasi totalità delle persone che incontro non è mai stata a Napoli e in Campania, se non per aver fatto il militare alla Scuola Trasmissioni di San Giorgio a Cremano o, di passaggio, per prendere traghetti per la Sicilia; la direttrice di una rivista mi ha confessato di non essere mai stata a Capri!
  • Le scuole non organizzano gite scolastiche in Campania, perchè le mamme hanno paura che i loro figli siano coinvolti in sparatorie o colpiti da malattie; però li portano in Africa dove è facile beccarsi la malaria se non ci si vaccina preventivamente.
  • Nessuno conosce la cucina campana e casa mia è spesso l’occasione per i compagni di liceo di mia figlia per scoprire cose che loro non hanno mai mangiato.
  • I supermercati di Milano sono zeppi di mozzarella, che è invece fior di latte, ma nessuna autorità campana fa cessare l’abuso che, tra l’altro, avrebbe anche un enorme ritorno mediatico da una causa legale contro un gruppo della GDO.
  • La Campania non è valorizzata in alcun modo in quelle che sono le regioni più ricche e quindi con possibilità di far crescere i flussi turistici da nord a sud.
  • Ignoranza assoluta di siti archelogici, museali ed anche paesaggistici che ci sono in Campania, come Peaestum, Pompei, Caserta, Capodimonte, Baia, Ercolano, il Matese, Palinuro, Capri, Ischia, Procida.

E’ come se sulla carte geografica della gente di Milano e dintorni ci sia un buco turistico.

Questo per quanto riguarda l’attrazione del turismo interno e, immagino che, allo stesso modo, non si faccia niente per attrarre il turismo internazionale.

Sul come fare turismo, ci sarebbero certe operazioni che ogni addetto dovrebbe fare per sollecitare il cliente a tornare, ma sopratutto che, da cliente, diventi un “evangelista”, cioè colui che, avendo ricevuto un servizio SUPERIORE alle sue aspettative, lo comunica ad almeno altre DUE persone, in media.

Un servizio di qualità superiore risponde ad alcune cose che sono tipiche della cosidetta economia dell’esperienza (dove “esperienza” è da intendersi come partecipare direttamente ad un evento).

Quello che conta per la soddisfazione del cliente sono quattro elementi per i quali il cliente è disponibile a pagare un prezzo più elevato (premium).

Per cui il problema non è la crisi, ma la non capacità di adattarsi a una clientela più ricca e disposta a spendere. Anche a Milano c’è la crisi, che però è una crisi darwiniana: elimina solo i non adatti, quelli che si illudono di poter combattere i costi manifatturiereri cinesi per prodotti a basso valore aggiunto o quelli turistici di Sharm El Sheik o di certe località della Sardegna.

Il turismo campano invece non può scendere di livello, ma piuttosto salire di diverse tacche, a livelli di lusso o extralusso, per avere un giusto ritorno economico.

Quattro sono le cose da rispettare per avere e mantenere una clientela premium.

  1. Il cliente deve immergersi completamente in un ambiente non quotidiano e per lui stra-ordinario; una piazzetta di Capri o una Pompei sono ambienti stra-ordinari di per sè dove, con attenti interventi ben pianificati e studiati, si può amplificare il senso di immersione totale per il cliente.
  2. deve imparare qualcosa di relativo all’esperienza che sta facendo: la guida degli scavi competente, il foglietto molto esplicativo con le ricette che accompagna una treccia di mozzarella, un volumetto di pochi cent che racconta una storia di un monumento, tabelle esplicative multilingue ai lati dei quadri di Capodimonte, servono a far impare al cliente cose che lui non conosce e che racconterà agli amici;
  3. deve avere un ricordo fisico, tangibile, dell’esperienza fatta, un cappellino, un orologio di plastica con un logo, una ceneriera, un foulard, un dvd, sono elementi che stabiliscono fisicamente un rapporto fra l’esperienza fatta e il ricordo, per tornare e/o per raccontare ad altri l’esperienza fatta.
  4. deve partecipare all’esperienza, deve avere una parte attiva, non deve seguire, ma essere impegnato direttamente in qualcosa di relativo all’esperienza; quanti turisti si divertirebbero un mondo a cercare di fare una pizza?

Molte di queste cose mancano e/o sono attivate in maniera episodica e spontaneistica, senza un’adeguata programmazione, occorre, invece, che fossero guidate dalle associazioni degli operatori piuttosto che da una mano pubblica che è sempre in tutt’altre faccende affaccendata.

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One Response to Campania: una regione invisibile

  1. Anna Villani ha detto:

    Grazie per avere visitato il mio blog. Quante cose interessanti leggo ora nel Suo. Mi piace molto questo Suo excursus sulla Campania come buco culturale, credo che l’emergenza rifiuti lo abbia dilatato. Fece bene a lasciare questa nostra regione. E’ una terra da cui bisogna fuggire, preda di politici senza scrupoli e clientele. Poco lavoro e tanta clientela. Anch’io avessi occasione lascerei tutto ed andrei altrove. Qui le energie si sprecano. Si fanno sacrifici che non ritornano.La voglio ringraziare poi della preziosa informazione lasciatami sul blog circa il medico berlinese. Sarà mia cura approfondire la dritta. Il discorso della sofferenza prodotta dalla mente intesa come cattive idee mi interessa molto. Le auguro ogni bene, e, inserisco il Suo blog tra i miei link preferiti….

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